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Orario di apertura dei luoghi di interesse storico-artistico

ACCADEMIA DI BELLE ARTI TADINI indirizzo: via Tadini, 40 tel. 035.962780 e-mail: direzione@accademiatadini.it La Galleria rimarrà chiusa al pubblico dal 1 novembre 2020 al mese di marzo 2021. sito internet: www.accademiatadini.it Leggi la scheda informativa   BASILICA DI SANTA MARIA IN VALVENDRA indirizzo: via Fratelli Pellegrini tel. 035.962178 (infopoint) e-mail: info@iataltosebino.it orario di apertura: Conformemente alle disposizioni contenute nel Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 3 novembre 2020 in materia di contenimento del contagio da Covid-19, è sospeso l’accesso alla Basilica per i turisti a partire dal giorno 5 novembre 2020 sino a nuove disposizioni. La Basilica resterà aperta per la preghiera, secondo le modalità vigenti e ribadite dal medesimo Decreto, e per la celebrazione della S. Messa (per gli orari: www.lavocedilovere.it). ingresso gratuito Leggi la scheda informativa   SANTUARIO DELLE SANTE LOVERESI GEROSA E CAPITANIO indirizzo: via Gerosa tel. 035.960147 e-mail: info@iataltosebino.it (infopoint) orario di apertura: Conformemente alle disposizioni contenute nel Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 3 novembre 2020 in materia di contenimento del contagio da Covid-19, è sospeso l’accesso al Santuario per i turisti a partire dal giorno 5 novembre 2020 sino a nuove disposizioni. Il Santuario resterà aperta per la preghiera, secondo le modalità vigenti e ribadite dal medesimo Decreto, e per la celebrazione della S. Messa (per gli orari: www.lavocedilovere.it). ingresso gratuito Leggi la scheda informativa   TORRE CIVICA indirizzo: Piazza Vittorio Emanuele II (borgo antico) tel. 035.962178 (infopoint) e-mail: info@iataltosebino.it orario di apertura: orario di apertura: Conformemente alle disposizioni contenute nel Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 3 novembre 2020 in materia di contenimento del contagio da Covid-19, è sospeso l’accesso alla Torre Civica a partire dal giorno 5 novembre 2020 sino a nuove disposizioni. Leggi la scheda informativa   CHIESA DI SAN GIORGIO indirizzo: via Cavour tel. 035.962178 (infopoint) e-mail: info@iataltosebino.it orario di apertura: chiusa per restauro ingresso gratuito Leggi la scheda informativa   CONVENTO DI SAN MAURIZIO (Frati Cappuccini) indirizzo: via S. Maurizio, 73 tel. 035.961075 e-mail: info@iataltosebino.it orario di apertura: Conformemente alle disposizioni contenute nel Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 3 novembre 2020 in materia di contenimento del contagio da Covid-19, è sospeso l’accesso alla Chiesa del Convento per i turisti a partire dal giorno 5 novembre 2020 sino a nuove disposizioni. La chiesa resterà aperta per la preghiera, secondo le modalità vigenti e ribadite dal medesimo Decreto, e per la celebrazione della S. Messa (per gli orari: www.lavocedilovere.it). ingresso gratuito Leggi la scheda informativa   MUSEO CIVICO DI SCIENZE NATURALI "ALESSIO AMIGHETTI" indirizzo: via G. Marconi, 9 (sede espositiva) tel. 035.960032 e-mail: museoscienze.lovere@gmail.com orario di apertura: orario di apertura: Conformemente alle disposizioni contenute nel Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 3 novembre 2020 in materia di contenimento del contagio da Covid-19, il Museo rimarrà chiuso a partire dal giorno 5 novembre 2020 sino a nuove disposizioni. ingresso gratuito sito internet: www.museoscienzelovere.it Leggi la scheda informativa   ANTICA CHIESA DI SANTA CHIARA indirizzo: via S. Maria, 43 tel. 035.962178 (infopoint) e-mail: info@iataltosebino.it orario di apertura: aperta solo su richiesta contattando l’Infopoint con almeno due giorni di anticipo rispetto alla data prescelta ingresso gratuito   IL COSIDDETTO "CASTELLIERE DI LOVERE" indirizzo: via del Castelliere tel. 035.962178 (infopoint) e-mail: info@iataltosebino.it orario di apertura: aperto tutto il giorno, tutto l'anno ingresso gratuito Leggi la scheda informativa   TERRAZZA PANORAMICA DEL PORTO TURISTICO indirizzo: via delle Baracche, 6 tel. 035.960150 e-mail: info@loveremarina.com orario di apertura sino al 30 aprile 2021: lunedì-venerdì: 8:00-12:00 e 13:30-17:30;  sabato e domenica: 8:30-12:30. ingresso gratuito sito internet: www.loveremarina.com   Credits immagini di copertina: Alfredo Stella

ACCADEMIA DI BELLE ARTI TADINI

indirizzo: via Tadini, 40

tel. 035.962780

e-mail: direzione@accademiatadini.it

La Galleria rimarrà chiusa al pubblico dal 1 novembre 2020 al mese di marzo 2021.

sito internet: www.accademiatadini.it

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BASILICA DI SANTA MARIA IN VALVENDRA

indirizzo: via Fratelli Pellegrini

tel. 035.962178 (infopoint)

e-mail: info@iataltosebino.it

orario di apertura: Conformemente alle disposizioni contenute nel Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 3 novembre 2020 in materia di contenimento del contagio da Covid-19, è sospeso l’accesso alla Basilica per i turisti a partire dal giorno 5 novembre 2020 sino a nuove disposizioni.

La Basilica resterà aperta per la preghiera, secondo le modalità vigenti e ribadite dal medesimo Decreto, e per la celebrazione della S. Messa (per gli orari: www.lavocedilovere.it).

ingresso gratuito

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SANTUARIO DELLE SANTE LOVERESI GEROSA E CAPITANIO

indirizzo: via Gerosa

tel. 035.960147

e-mail: info@iataltosebino.it (infopoint)

orario di apertura: Conformemente alle disposizioni contenute nel Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 3 novembre 2020 in materia di contenimento del contagio da Covid-19, è sospeso l’accesso al Santuario per i turisti a partire dal giorno 5 novembre 2020 sino a nuove disposizioni.

Il Santuario resterà aperta per la preghiera, secondo le modalità vigenti e ribadite dal medesimo Decreto, e per la celebrazione della S. Messa (per gli orari: www.lavocedilovere.it).

ingresso gratuito

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TORRE CIVICA

indirizzo: Piazza Vittorio Emanuele II (borgo antico)

tel. 035.962178 (infopoint)

e-mail: info@iataltosebino.it

orario di apertura:

orario di apertura: Conformemente alle disposizioni contenute nel Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 3 novembre 2020 in materia di contenimento del contagio da Covid-19, è sospeso l’accesso alla Torre Civica a partire dal giorno 5 novembre 2020 sino a nuove disposizioni.

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CHIESA DI SAN GIORGIO

indirizzo: via Cavour

tel. 035.962178 (infopoint)

e-mail: info@iataltosebino.it

orario di apertura: chiusa per restauro

ingresso gratuito

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CONVENTO DI SAN MAURIZIO (Frati Cappuccini)

indirizzo: via S. Maurizio, 73

tel. 035.961075

e-mail: info@iataltosebino.it

orario di apertura: Conformemente alle disposizioni contenute nel Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 3 novembre 2020 in materia di contenimento del contagio da Covid-19, è sospeso l’accesso alla Chiesa del Convento per i turisti a partire dal giorno 5 novembre 2020 sino a nuove disposizioni.

La chiesa resterà aperta per la preghiera, secondo le modalità vigenti e ribadite dal medesimo Decreto, e per la celebrazione della S. Messa (per gli orari: www.lavocedilovere.it).

ingresso gratuito

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MUSEO CIVICO DI SCIENZE NATURALI “ALESSIO AMIGHETTI”

indirizzo: via G. Marconi, 9 (sede espositiva)

tel. 035.960032

e-mail: museoscienze.lovere@gmail.com

orario di apertura:

orario di apertura: Conformemente alle disposizioni contenute nel Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 3 novembre 2020 in materia di contenimento del contagio da Covid-19, il Museo rimarrà chiuso a partire dal giorno 5 novembre 2020 sino a nuove disposizioni.

ingresso gratuito

sito internet: www.museoscienzelovere.it

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ANTICA CHIESA DI SANTA CHIARA

indirizzo: via S. Maria, 43

tel. 035.962178 (infopoint)

e-mail: info@iataltosebino.it

orario di apertura: aperta solo su richiesta contattando l’Infopoint con almeno due giorni di anticipo rispetto alla data prescelta

ingresso gratuito

 

IL COSIDDETTO “CASTELLIERE DI LOVERE”

indirizzo: via del Castelliere

tel. 035.962178 (infopoint)

e-mail: info@iataltosebino.it

orario di apertura: aperto tutto il giorno, tutto l’anno

ingresso gratuito

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TERRAZZA PANORAMICA DEL PORTO TURISTICO

indirizzo: via delle Baracche, 6

tel. 035.960150

e-mail: info@loveremarina.com

orario di apertura sino al 30 aprile 2021: lunedì-venerdì: 8:00-12:00 e 13:30-17:30;  sabato e domenica: 8:30-12:30.

ingresso gratuito

sito internet: www.loveremarina.com

 

Credits immagini di copertina: Alfredo Stella

Lovere, uno dei Borghi più belli d’Italia

Situata sull’incantevole sponda occidentale del lago d’Iseo, Lovere venne definita dalla scrittrice inglese Lady Mary Wortley Montagu, che vi soggiornò per un lungo periodo, “il luogo più romantico che abbia mai visto in vita mia”. Nei suoi silenziosi vicoli rinascimentali e passaggi medievali maturò la vocazione religiosa di Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa, le due Sante loveresi canonizzate nel 1950 e fondatrici nel 1832 dell’istituto religioso delle Suore di Carità, oggi diffuso in tutto il mondo. Nelle acque antistanti il paese ammarò più volte con il suo idrovolante Mario Stoppani, Asso della Prima Guerra Mondiale, pioniere dell’aeronautica e detentore di numerosi record di transvolata atlantica. Nelle sue strade percorse i primi chilometri, in sella alla sua moto, Giacomo Agostini, l’indimenticabile quindici volte Campione del mondo. Dalla sua fabbrica, attiva da più di 150 anni, continuano ad essere colate e forgiate le ruote per treni più silenziose al mondo ed oggi la Lucchini RS è leader mondiale del settore.   Lovere dal 2003 è annoverato nel prestigioso club de “I borghi più belli d’Italia”.   Stretta tra lago e montagna, la cittadina si presenta come un grande anfiteatro con splendidi palazzi costruiti con buon gusto e perfetto senso architettonico. Tra questi, il più importante è senza dubbio il palazzo che ospita la Galleria dell’Accademia di belle arti Tadini (1821-1826), al cui interno sono conservate alcune importanti opere di Antonio Canova: il raro bozzetto in terracotta della Religione e la Stele Tadini, tra le ultime e più belle opere del grande scultore.   Notevole e ben conservato è il suo centro storico. Partendo da Piazza Tredici Martiri, fra le più belle dei laghi lombardi, si accede al Borgo antico attraverso le scalinate medievali di via Cavallotti e del Ratto; da qui, percorrendo vicolo Torre s’incontra l’imponente Torre Soca (sec. XIII-XIV) situata nel rione delle “beccarie”. Attraverso il tipico passaggio medievale di Portichetto S. Giorgio si raggiunge l’omonima Chiesa parrocchiale (sec. XIV-XV). Scendendo quindi lungo via Cavour si giunge in Piazza V. Emanuele II con la Torre Civica, recentemente restaurata; il suggestivo percorso di risalita interno, alla scoperta della storia della Cittadina, consente di gustare dall’alto vedute mozzafiato sul Borgo ed il lago. In pochi minuti s’incontrano la Torre degli Alghisi (sec. XII-XIII) ed il Santuario delle due Sante loveresi Capitanio e Gerosa, meta di numerosi pellegrinaggi. Ritornati in Piazza V. Emanuele II, proseguendo lungo i vicoli medievali della Stretta e di S. Giovanni al Rio, si raggiunge Piazza Garibaldi con l’Accademia Tadini. Da qui, percorrendo gli splendidi lungolaghi e la via XX Settembre si arriva all’incantevole Basilica di Santa Maria in Valvendra (sec. XV), situata nel Borgo rinascimentale. Lungo il percorso, si può ammirare la Torricella dell’antica cinta muraria che difendeva la Cittadina nei secoli XIV e XV.   In questi ultimi anni Lovere ha dato un grande impulso al settore del turismo, facendo leva sulla sua invidiabile posizione e le bellezze paesaggistiche, storiche, artistiche e culturali. Il nuovo Porto Turistico di Cornasola, il più grande del lago, con le sue moderne strutture è in grado di offrire splendide giornate ed emozioni a contatto diretto con la natura ed un paesaggio indimenticabile, attraverso nuoto, windsurf, canottaggio, vela e canoa. La bellezza della Cittadina è stata riconosciuta dal Ministero dello Sviluppo Economico che, nel 19 luglio del 2014, ha dedicato a Lovere un francobollo nell'ambito della serie tematica “il Patrimonio naturale e paesaggistico” dedicata al Turismo.   Credits immagine di copertina: Gianluigi Bonomelli

Situata sull’incantevole sponda occidentale del lago d’Iseo, Lovere venne definita dalla scrittrice inglese Lady Mary Wortley Montagu, che vi soggiornò per un lungo periodo, “il luogo più romantico che abbia mai visto in vita mia”.

Nei suoi silenziosi vicoli rinascimentali e passaggi medievali maturò la vocazione religiosa di Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa, le due Sante loveresi canonizzate nel 1950 e fondatrici nel 1832 dell’istituto religioso delle Suore di Carità, oggi diffuso in tutto il mondo.

Nelle acque antistanti il paese ammarò più volte con il suo idrovolante Mario Stoppani, Asso della Prima Guerra Mondiale, pioniere dell’aeronautica e detentore di numerosi record di transvolata atlantica.

Nelle sue strade percorse i primi chilometri, in sella alla sua moto, Giacomo Agostini, l’indimenticabile quindici volte Campione del mondo.

Dalla sua fabbrica, attiva da più di 150 anni, continuano ad essere colate e forgiate le ruote per treni più silenziose al mondo ed oggi la Lucchini RS è leader mondiale del settore.

 

Lovere dal 2003 è annoverato nel prestigioso club de “I borghi più belli d’Italia”.

 

Stretta tra lago e montagna, la cittadina si presenta come un grande anfiteatro con splendidi palazzi costruiti con buon gusto e perfetto senso architettonico. Tra questi, il più importante è senza dubbio il palazzo che ospita la Galleria dell’Accademia di belle arti Tadini (1821-1826), al cui interno sono conservate alcune importanti opere di Antonio Canova: il raro bozzetto in terracotta della Religione e la Stele Tadini, tra le ultime e più belle opere del grande scultore.

 

Notevole e ben conservato è il suo centro storico. Partendo da Piazza Tredici Martiri, fra le più belle dei laghi lombardi, si accede al Borgo antico attraverso le scalinate medievali di via Cavallotti e del Ratto; da qui, percorrendo vicolo Torre s’incontra l’imponente Torre Soca (sec. XIII-XIV) situata nel rione delle “beccarie”. Attraverso il tipico passaggio medievale di Portichetto S. Giorgio si raggiunge l’omonima Chiesa parrocchiale (sec. XIV-XV). Scendendo quindi lungo via Cavour si giunge in Piazza V. Emanuele II con la Torre Civica, recentemente restaurata; il suggestivo percorso di risalita interno, alla scoperta della storia della Cittadina, consente di gustare dall’alto vedute mozzafiato sul Borgo ed il lago. In pochi minuti s’incontrano la Torre degli Alghisi (sec. XII-XIII) ed il Santuario delle due Sante loveresi Capitanio e Gerosa, meta di numerosi pellegrinaggi. Ritornati in Piazza V. Emanuele II, proseguendo lungo i vicoli medievali della Stretta e di S. Giovanni al Rio, si raggiunge Piazza Garibaldi con l’Accademia Tadini. Da qui, percorrendo gli splendidi lungolaghi e la via XX Settembre si arriva all’incantevole Basilica di Santa Maria in Valvendra (sec. XV), situata nel Borgo rinascimentale. Lungo il percorso, si può ammirare la Torricella dell’antica cinta muraria che difendeva la Cittadina nei secoli XIV e XV.

 

In questi ultimi anni Lovere ha dato un grande impulso al settore del turismo, facendo leva sulla sua invidiabile posizione e le bellezze paesaggistiche, storiche, artistiche e culturali.

Il nuovo Porto Turistico di Cornasola, il più grande del lago, con le sue moderne strutture è in grado di offrire splendide giornate ed emozioni a contatto diretto con la natura ed un paesaggio indimenticabile, attraverso nuoto, windsurf, canottaggio, vela e canoa.

La bellezza della Cittadina è stata riconosciuta dal Ministero dello Sviluppo Economico che, nel 19 luglio del 2014, ha dedicato a Lovere un francobollo nell’ambito della serie tematica “il Patrimonio naturale e paesaggistico” dedicata al Turismo.

 

Credits immagine di copertina: Gianluigi Bonomelli

La Necropoli romana

Percorrendo le vie Martinoli e Gobetti che ora collegano l’Ospedale alla chiesa di Santa Maria in Valvendra, e che segnano il limite verso monte dell’antico abitato di Lovere, si costeggia l’area della necropoli romana. L’area funeraria, una delle più importanti dell’Italia settentrionale, è il principale ritrovamento di epoca romana a Lovere, dove si dovette sviluppare un abitato in seguito alla conquista romana della Valcamonica nel 16 a.C. Se dell’abitato non sono stati rinvenuti resti significativi, grazie alla necropoli è possibile delineare lo sviluppo culturale e socio-economico della comunità che lì seppelliva i propri defunti. Le vie Martinoli e Gobetti ricalcano un tratto dell’antico tracciato viario in uscita dal centro abitato verso la Valcamonica: le necropoli, infatti, si collocavano fuori dagli insediamenti. Sono state finora portate alla luce almeno 215 sepolture, la maggior parte delle quali conservava il corredo, inteso come bagaglio personale per affrontare l’aldilà. Il sepolcreto si caratterizza per l’ampio arco temporale di utilizzo, dal I agli inizi del V secolo d.C., e per la molteplicità di rari oggetti di prestigio in essa rinvenuti. Rivestono grande interesse i due corredi, unici per la loro preziosità, recuperati nel 1907 e ora esposti al Civico museo archeologico di Milano: il più noto è composto dal cosiddetto “tesoro di Scipio”, così chiamato per il nome presente sui manufatti preziosi e composto da argenterie, come la celebre “Coppa del Pescatore” lavorata a sbalzo e a bulino, e lussuosi manufatti in bronzo; l’altro è caratterizzato da monili in oro e pietre preziose. Nella prima età imperiale a Lovere si praticava il rito incineratorio indiretto, consistente nella combustione della salma su una pira in un luogo separato da quello della sepoltura. Lo spazio cimiteriale era organizzato in recinti funerari in muratura, che delimitavano specifiche aree sepolcrali di pertinenza familiare o collegiale. La persistenza nei corredi di I-inizi II secolo d.C. di oggetti tipici dei Camuni (come il bicchiere tipo Henkendellembecher di origine retica, caratterizzato da una depressione funzionale in corrispondenza dell’ansa) fa ipotizzare che gli antichi abitanti di Lovere appartenessero a tale popolo. In seguito alla conquista, la popolazione acquisì e rielaborò il pensiero e la cultura romana. Prove ne sono i manufatti tipici romani ritrovati: ceramiche fini da mensa e vasellame vitreo, monete e lucerne, ma anche oggetti d’ornamento o di abbigliamento personale, al passo con la nuova moda. Tra questi ultimi, accanto alle tipologie più diffuse, vi sono alcuni oggetti di particolare pregio come un pendaglio in oro a forma di crescente lunare e un ciondolo in vetro giallo decorato da uno scorpione, proveniente dall’area egiziana o siriaca. A partire dalla metà/fine del III secolo d.C. la cremazione viene sostituita definitivamente dal rito inumatorio. I corredi di questo periodo sono composti, in media, da un numero inferiore di manufatti, per lo più vasellame in ceramica, e oggetti di ornamento. ‘Fossili guida’ dei corredi di IV e V secolo sono le ceramiche invetriate e le armille: di queste, a Lovere è documentata quasi esclusivamente la tipologia a “testa di serpe”, cosiddetta per la decorazione che caratterizza le parti terminali dei bracciali. Dallo studio dei corredi e dalle analisi osteologiche si deduce che la maggior parte della popolazione appartenesse a un ceto medio dedito ad attività artigianali e agricole non eccessivamente pesanti. Ciò, unito alla disponibilità di cibo, permetteva di arrivare generalmente oltre i 40 anni di età, ad eccezione della mortalità che colpiva le fasce di 0-2 anni e 11-15 anni, in linea con le statistiche dell’epoca. I corredi di alcune sepolture attestano comunque la presenza di un ceto sociale alto, in grado di poter deporre nella propria sepoltura oggetti di valore e di prestigio, giunti attraverso traffici commerciali di ampio raggio.  

Chiara Ficini

   
Per saperne di più: Fortunati Zuccala M., Lovere e l’alto Sebino in età romana: spunti di riflessione per la lettura del territorio, in Koinà. Miscellanea di studi archeologici in onore di Pietro Orlandini, a cura di Castoldi M., Milano 1999, pp. 469-480. Fortunati M., Archeologia del territorio in età romana, in Storia Economica e Sociale di Bergamo. I primi millenni dalla Preistoria al Medioevo a cura di Fortunati M. e Poggiani Keller R., vol. 2, Cenate Sotto (Bg) 2007, pp. 597-605.

Percorrendo le vie Martinoli e Gobetti che ora collegano l’Ospedale alla chiesa di Santa Maria in Valvendra, e che segnano il limite verso monte dell’antico abitato di Lovere, si costeggia l’area della necropoli romana.

L’area funeraria, una delle più importanti dell’Italia settentrionale, è il principale ritrovamento di epoca romana a Lovere, dove si dovette sviluppare un abitato in seguito alla conquista romana della Valcamonica nel 16 a.C. Se dell’abitato non sono stati rinvenuti resti significativi, grazie alla necropoli è possibile delineare lo sviluppo culturale e socio-economico della comunità che lì seppelliva i propri defunti.

Le vie Martinoli e Gobetti ricalcano un tratto dell’antico tracciato viario in uscita dal centro abitato verso la Valcamonica: le necropoli, infatti, si collocavano fuori dagli insediamenti.

Sono state finora portate alla luce almeno 215 sepolture, la maggior parte delle quali conservava il corredo, inteso come bagaglio personale per affrontare l’aldilà.

Il sepolcreto si caratterizza per l’ampio arco temporale di utilizzo, dal I agli inizi del V secolo d.C., e per la molteplicità di rari oggetti di prestigio in essa rinvenuti. Rivestono grande interesse i due corredi, unici per la loro preziosità, recuperati nel 1907 e ora esposti al Civico museo archeologico di Milano: il più noto è composto dal cosiddetto “tesoro di Scipio”, così chiamato per il nome presente sui manufatti preziosi e composto da argenterie, come la celebre “Coppa del Pescatore” lavorata a sbalzo e a bulino, e lussuosi manufatti in bronzo; l’altro è caratterizzato da monili in oro e pietre preziose.

Nella prima età imperiale a Lovere si praticava il rito incineratorio indiretto, consistente nella combustione della salma su una pira in un luogo separato da quello della sepoltura. Lo spazio cimiteriale era organizzato in recinti funerari in muratura, che delimitavano specifiche aree sepolcrali di pertinenza familiare o collegiale.

La persistenza nei corredi di I-inizi II secolo d.C. di oggetti tipici dei Camuni (come il bicchiere tipo Henkendellembecher di origine retica, caratterizzato da una depressione funzionale in corrispondenza dell’ansa) fa ipotizzare che gli antichi abitanti di Lovere appartenessero a tale popolo. In seguito alla conquista, la popolazione acquisì e rielaborò il pensiero e la cultura romana. Prove ne sono i manufatti tipici romani ritrovati: ceramiche fini da mensa e vasellame vitreo, monete e lucerne, ma anche oggetti d’ornamento o di abbigliamento personale, al passo con la nuova moda. Tra questi ultimi, accanto alle tipologie più diffuse, vi sono alcuni oggetti di particolare pregio come un pendaglio in oro a forma di crescente lunare e un ciondolo in vetro giallo decorato da uno scorpione, proveniente dall’area egiziana o siriaca.

A partire dalla metà/fine del III secolo d.C. la cremazione viene sostituita definitivamente dal rito inumatorio. I corredi di questo periodo sono composti, in media, da un numero inferiore di manufatti, per lo più vasellame in ceramica, e oggetti di ornamento. ‘Fossili guida’ dei corredi di IV e V secolo sono le ceramiche invetriate e le armille: di queste, a Lovere è documentata quasi esclusivamente la tipologia a “testa di serpe”, cosiddetta per la decorazione che caratterizza le parti terminali dei bracciali.

Dallo studio dei corredi e dalle analisi osteologiche si deduce che la maggior parte della popolazione appartenesse a un ceto medio dedito ad attività artigianali e agricole non eccessivamente pesanti. Ciò, unito alla disponibilità di cibo, permetteva di arrivare generalmente oltre i 40 anni di età, ad eccezione della mortalità che colpiva le fasce di 0-2 anni e 11-15 anni, in linea con le statistiche dell’epoca. I corredi di alcune sepolture attestano comunque la presenza di un ceto sociale alto, in grado di poter deporre nella propria sepoltura oggetti di valore e di prestigio, giunti attraverso traffici commerciali di ampio raggio.

 

Chiara Ficini

 

 

Per saperne di più:

Fortunati Zuccala M., Lovere e l’alto Sebino in età romana: spunti di riflessione per la lettura del territorio, in Koinà. Miscellanea di studi archeologici in onore di Pietro Orlandini, a cura di Castoldi M., Milano 1999, pp. 469-480.

Fortunati M., Archeologia del territorio in età romana, in Storia Economica e Sociale di Bergamo. I primi millenni dalla Preistoria al Medioevo a cura di Fortunati M. e Poggiani Keller R., vol. 2, Cenate Sotto (Bg) 2007, pp. 597-605.

Museo civico di scienze naturali “Alessio Amighetti”

Il Museo di Scienze Naturali di Lovere offre un’eccellente occasione per conoscere la grande ricchezza naturalistica del territorio camuno-sebino. Istituito dall’amministrazione comunale di Lovere nel 1996, è stato riconosciuto dalla Regione Lombardia nel 2004 come Collezione Museale ed è gestito dagli “Amici del Museo Civico di Scienze Naturali di Lovere”, un’associazione di volontariato culturale. È intitolato ad Alessio Amighetti, il sacerdote naturalista che nell’Ottocento con la Gemma subalpina fece conoscere le bellezze naturalistiche del lago d’Iseo. Raccoglie, conserva ed espone al pubblico reperti naturalistici con lo scopo di far conoscere il patrimonio naturalistico e storico del territorio e favorire lo sviluppo di una mentalità rispettosa delle risorse ambientali. L’esposizione è articolata in diverse sezioni. La collezione degli uccelli presenta oggi 221 esemplari. La parte più consistente è composta di volatili presenti in habitat diversi del territorio dell’Alto Sebino. A questi si è aggiunta anche l’Aquila reale. Di notevole interesse sono gli uccelli acquatici, presenti con le famiglie degli Anatidi e degli Ardeidi abitatori delle zone umide a nord del lago; i rapaci diurni della famiglia degli Accipitridi e dei Falconidi e i notturni della famiglia degli Strigidi; una coppia di Gallo cedrone rappresenta la famiglia dei Tetraonidi. I mammiferi sono pochi e rappresentati da animali molto diversi per collocazione sistematica come, ad esempio, il cinghiale e il camoscio assieme a roditori e carnivori di piccola taglia. La sezione di Entomologia presenta alcuni diorami tematici, raccolte di diversi Ordini degli Insetti e due collezioni di Lepidotteri (per lo più dell’area Sebino-Camuna come il Parco della Foce dell’Oglio e del monte Cala). Per ragioni di conservazione la maggior parte delle cassette sono osservabili su richiesta. La cospicua collezione malacologica è composta da conchiglie di molluschi mediterranei classificati e rinominati seguendo la nomenclatura più aggiornata. Essa comprende conchiglie rappresentative di circa 400 specie di gasteropodi, 83 di bivalvi, 1 di scafopodi e 1 di cefalopodi. Ad essa si aggiungono alcuni esemplari di conchiglie oceaniche. L’Erbario Generale (consultabile su richiesta) si compone di 2345 campioni essiccati. I campioni più vecchi (1979) provengono dall’Alta Val Salarno (Valle Camonica). La maggior parte degli altri provengono dall’area sebina; a questi si aggiungono diversi campioni provenienti dal territorio camuno (Pizzo Camino e dalla Val Baione), dal monte Tremalzo sul lago di Garda e della zona del Passo Salmurano, sulle Orobie. La sezione dedicata alla mineralogia ospita una raccolta di circa 400 minerali appartenenti a otto famiglie mineralogiche provenienti dal territorio sebino, dalle Orobie e da località diverse del mondo. A questa si aggiungono una importante e cospicua collezione di “microcristalli” (circa 5000 campioni) osservabili in Museo con un microscopio stereo e una collezione di minerali pervenuta recentemente come donazione, da sistemare. Per ragioni di spazio la Sezione di Geologia non può avvalersi di una sala ad essa dedicata, tuttavia la rappresenta una nutrita collezione litologica e una vetrina contenente alcuni reperti paleontologici (bivalvi, ammoniti e pesci fossili). A questo si aggiunge il materiale, debitamente risistemato, proveniente dalla collezione Curioni affidata al Museo dal Comune che l’ha ricevuta in deposito dall’Accademia Tadini. Oltre alla sede espositiva in via Marconi, presso il Municipio, il Museo mette a disposizione una biblioteca e servizi informatici in piazza Vittorio Emanuele, nel centro di Lovere. Gli esperti del museo sono impegnati nella ricerca, nella classificazione di reperti, nella divulgazione scientifica; mantengono contatti con università ed enti di ricerca; forniscono consulenze alle amministrazioni locali, ma soprattutto promuovono attività divulgativa nelle scuole.  

Aldo Avogadri

Il Museo di Scienze Naturali di Lovere offre un’eccellente occasione per conoscere la grande ricchezza naturalistica del territorio camuno-sebino. Istituito dall’amministrazione comunale di Lovere nel 1996, è stato riconosciuto dalla Regione Lombardia nel 2004 come Collezione Museale ed è gestito dagli “Amici del Museo Civico di Scienze Naturali di Lovere”, un’associazione di volontariato culturale. È intitolato ad Alessio Amighetti, il sacerdote naturalista che nell’Ottocento con la Gemma subalpina fece conoscere le bellezze naturalistiche del lago d’Iseo.

Raccoglie, conserva ed espone al pubblico reperti naturalistici con lo scopo di far conoscere il patrimonio naturalistico e storico del territorio e favorire lo sviluppo di una mentalità rispettosa delle risorse ambientali.

L’esposizione è articolata in diverse sezioni.

La collezione degli uccelli presenta oggi 221 esemplari. La parte più consistente è composta di volatili presenti in habitat diversi del territorio dell’Alto Sebino. A questi si è aggiunta anche l’Aquila reale. Di notevole interesse sono gli uccelli acquatici, presenti con le famiglie degli Anatidi e degli Ardeidi abitatori delle zone umide a nord del lago; i rapaci diurni della famiglia degli Accipitridi e dei Falconidi e i notturni della famiglia degli Strigidi; una coppia di Gallo cedrone rappresenta la famiglia dei Tetraonidi.

I mammiferi sono pochi e rappresentati da animali molto diversi per collocazione sistematica come, ad esempio, il cinghiale e il camoscio assieme a roditori e carnivori di piccola taglia.

La sezione di Entomologia presenta alcuni diorami tematici, raccolte di diversi Ordini degli Insetti e due collezioni di Lepidotteri (per lo più dell’area Sebino-Camuna come il Parco della Foce dell’Oglio e del monte Cala). Per ragioni di conservazione la maggior parte delle cassette sono osservabili su richiesta.

La cospicua collezione malacologica è composta da conchiglie di molluschi mediterranei classificati e rinominati seguendo la nomenclatura più aggiornata. Essa comprende conchiglie rappresentative di circa 400 specie di gasteropodi, 83 di bivalvi, 1 di scafopodi e 1 di cefalopodi. Ad essa si aggiungono alcuni esemplari di conchiglie oceaniche.

L’Erbario Generale (consultabile su richiesta) si compone di 2345 campioni essiccati. I campioni più vecchi (1979) provengono dall’Alta Val Salarno (Valle Camonica). La maggior parte degli altri provengono dall’area sebina; a questi si aggiungono diversi campioni provenienti dal territorio camuno (Pizzo Camino e dalla Val Baione), dal monte Tremalzo sul lago di Garda e della zona del Passo Salmurano, sulle Orobie.

La sezione dedicata alla mineralogia ospita una raccolta di circa 400 minerali appartenenti a otto famiglie mineralogiche provenienti dal territorio sebino, dalle Orobie e da località diverse del mondo. A questa si aggiungono una importante e cospicua collezione di “microcristalli” (circa 5000 campioni) osservabili in Museo con un microscopio stereo e una collezione di minerali pervenuta recentemente come donazione, da sistemare.

Per ragioni di spazio la Sezione di Geologia non può avvalersi di una sala ad essa dedicata, tuttavia la rappresenta una nutrita collezione litologica e una vetrina contenente alcuni reperti paleontologici (bivalvi, ammoniti e pesci fossili). A questo si aggiunge il materiale, debitamente risistemato, proveniente dalla collezione Curioni affidata al Museo dal Comune che l’ha ricevuta in deposito dall’Accademia Tadini.

Oltre alla sede espositiva in via Marconi, presso il Municipio, il Museo mette a disposizione una biblioteca e servizi informatici in piazza Vittorio Emanuele, nel centro di Lovere. Gli esperti del museo sono impegnati nella ricerca, nella classificazione di reperti, nella divulgazione scientifica; mantengono contatti con università ed enti di ricerca; forniscono consulenze alle amministrazioni locali, ma soprattutto promuovono attività divulgativa nelle scuole.

 

Aldo Avogadri

Galleria dell’Accademia Tadini

Si deve al conte Luigi Tadini (1745-1829) la decisione di creare una fondazione che comprendesse le scuole di musica e di disegno – ancora attive – e di costruire un palazzo in riva al lago per esporre al pubblico le proprie raccolte d’arte, formate tra la fine del Sette e l’inizio dell’Ottocento. La visita alla Galleria dell’Accademia Tadini consente di fare esperienza di una collezione ottocentesca, in un costante intreccio tra arte e vita. L’edificio fu costruito accanto all’antica residenza aristocratica affacciata sull’attuale piazza Garibaldi, lungo la nuova strada che collegava Bergamo e Lovere. I lavori furono avviati nel 1821 con la costruzione della cappella, quindi proseguirono con il palazzo e furono completati entro il 1827; l’anno successivo la Galleria apriva al pubblico. Allo scenografo teatrale Luigi Dell’Era si deve la decorazione dei soffitti e delle pareti, che aveva lo scopo di creare una cornice degna alla collezione. La visita comincia dalla Cappella al centro del giardino, costruita per ospitare la Stele Tadini, una tra le ultime opere di Antonio Canova, scolpita tra il 1819 e il 1821 per onorare la memoria di Faustino, figlio del conte, prematuramente scomparso nel 1799. Lo scultore e il giovane Tadini si erano incontrati a Roma nel 1795; il giovane aveva celebrato le opere dello scultore in un volume, pubblicato nel 1796, e Canova in segno di gratitudine gli aveva donato il bozzetto in terracotta per la Religione destinata al monumento a Clemente XIII, tuttora conservato in Galleria. Anni dopo, il ricordo della scomparsa di Faustino fu rievocato con una solenne scultura in marmo che trasforma il tragico episodio in una delicata elegia. La collezione d’arte è esposta al piano nobile dell’edificio. Dopo la scenografica Galleria delle Armi, il Gabinetto delle Antichità ospita la raccolta archeologica acquistata dal conte a Napoli nell’ultimo decennio del XVIII secolo. Le sale XXI e XXII sono dedicate alla preziosa raccolta di porcellane orientali (Cina e Giappone) e occidentali (Meissen, Napoli, Venezia, Parigi, Sèvres). Concludono il percorso la Biblioteca, con oltre 4600 volumi, che restituisce la varietà degli interessi di un nobile del Settecento, e uno scenografico balcone che consente di ammirare il paesaggio del lago. Al centro del museo, la grande Sala destinata ai concerti e alle rappresentazioni teatrali, ospita, dal 1927, una prestigiosa stagione musicale con interpreti da tutta Europa. Seguono le sale dedicate all’esposizione dei dipinti. Negli anni delle soppressioni delle istituzioni ecclesiastiche, Luigi Tadini acquistò dipinti provenienti da Crema, nel tentativo di fare del “Museo Tadiniano” una sorta di documento della storia della città. Approdarono così nella raccolta le pale d’altare di Paris Bordon (pala Manfron), Vincenzo Civerchio, Aurelio Gatti. Intorno al 1810 il conte spostò i propri interessi verso la pittura veneta: arrivano così capolavori come la trecentesca Madonna con il bambino di Jacobello di Bonomo, la Madonna con il Bambino di Iacopo Bellini, la Madonna con il Bambino e santi di Palma il Giovane, il Cristo morto di Piero della Vecchia. A questi si aggiungono opere di scuola veronese tra ‘400 e ‘500 - la Madonna con il Bambino di Francesco Benaglio, i Santi Francesco e Guglielmo di Domenico Brusasorci, la Fuga in Egitto di Felice Brusasorci, e significative testimonianze della cultura seicentesca lombarda come le due tele di Carlo Francesco Nuvolone. Il secondo piano ospita il Museo dell’Ottocento, nato dalla donazione della raccolta di cimeli garibaldini di Giovanni Battista Zitti, in seguito arricchita da altre famiglie loveresi. La partecipazione locale alle vicende del Risorgimento italiano (tre dei Mille avevano origine loverese) e lo stretto rapporto tra vicende sociali e culturali rende le opere esposte un significativo documento per la storia del territorio. Di particolare importanza, oltre alla selezione dei ritratti ottocenteschi, le tre tele donate da Francesco Hayez ai nipoti Enrico e Carlotta Martinolli Banzolini, tra cui lo straordinario Ecce Homo, tra le ultime opere dell’artista. Conclude il percorso una raccolta di arte moderna e contemporanea, che comprende una documentazione della cultura artistica italiana ed europea del secondo dopoguerra, fino ad anni recentissimi.  

Marco Albertario

  Per saperne di più: Scalzi G. A., Guida alla Galleria Tadini, 2 volumi, Lovere 1992. Albertario M., “Darò notizie della mia Galleria”. Le raccolte del conte Luigi Tadini, in Musei nell’Ottocento. Alle origini delle collezioni pubbliche lombarde, atti del convegno (Milano, 7-8 ottobre 2010), a cura di M. Fratelli, F. Valli, Torino 2012, pp. 34-45.
  Credits immagine di copertina: G. Bonomelli

Si deve al conte Luigi Tadini (1745-1829) la decisione di creare una fondazione che comprendesse le scuole di musica e di disegno – ancora attive – e di costruire un palazzo in riva al lago per esporre al pubblico le proprie raccolte d’arte, formate tra la fine del Sette e l’inizio dell’Ottocento. La visita alla Galleria dell’Accademia Tadini consente di fare esperienza di una collezione ottocentesca, in un costante intreccio tra arte e vita.

L’edificio fu costruito accanto all’antica residenza aristocratica affacciata sull’attuale piazza Garibaldi, lungo la nuova strada che collegava Bergamo e Lovere. I lavori furono avviati nel 1821 con la costruzione della cappella, quindi proseguirono con il palazzo e furono completati entro il 1827; l’anno successivo la Galleria apriva al pubblico. Allo scenografo teatrale Luigi Dell’Era si deve la decorazione dei soffitti e delle pareti, che aveva lo scopo di creare una cornice degna alla collezione.

La visita comincia dalla Cappella al centro del giardino, costruita per ospitare la Stele Tadini, una tra le ultime opere di Antonio Canova, scolpita tra il 1819 e il 1821 per onorare la memoria di Faustino, figlio del conte, prematuramente scomparso nel 1799. Lo scultore e il giovane Tadini si erano incontrati a Roma nel 1795; il giovane aveva celebrato le opere dello scultore in un volume, pubblicato nel 1796, e Canova in segno di gratitudine gli aveva donato il bozzetto in terracotta per la Religione destinata al monumento a Clemente XIII, tuttora conservato in Galleria. Anni dopo, il ricordo della scomparsa di Faustino fu rievocato con una solenne scultura in marmo che trasforma il tragico episodio in una delicata elegia.

La collezione d’arte è esposta al piano nobile dell’edificio. Dopo la scenografica Galleria delle Armi, il Gabinetto delle Antichità ospita la raccolta archeologica acquistata dal conte a Napoli nell’ultimo decennio del XVIII secolo. Le sale XXI e XXII sono dedicate alla preziosa raccolta di porcellane orientali (Cina e Giappone) e occidentali (Meissen, Napoli, Venezia, Parigi, Sèvres). Concludono il percorso la Biblioteca, con oltre 4600 volumi, che restituisce la varietà degli interessi di un nobile del Settecento, e uno scenografico balcone che consente di ammirare il paesaggio del lago.

Al centro del museo, la grande Sala destinata ai concerti e alle rappresentazioni teatrali, ospita, dal 1927, una prestigiosa stagione musicale con interpreti da tutta Europa. Seguono le sale dedicate all’esposizione dei dipinti.

Negli anni delle soppressioni delle istituzioni ecclesiastiche, Luigi Tadini acquistò dipinti provenienti da Crema, nel tentativo di fare del “Museo Tadiniano” una sorta di documento della storia della città. Approdarono così nella raccolta le pale d’altare di Paris Bordon (pala Manfron), Vincenzo Civerchio, Aurelio Gatti. Intorno al 1810 il conte spostò i propri interessi verso la pittura veneta: arrivano così capolavori come la trecentesca Madonna con il bambino di Jacobello di Bonomo, la Madonna con il Bambino di Iacopo Bellini, la Madonna con il Bambino e santi di Palma il Giovane, il Cristo morto di Piero della Vecchia. A questi si aggiungono opere di scuola veronese tra ‘400 e ‘500 – la Madonna con il Bambino di Francesco Benaglio, i Santi Francesco e Guglielmo di Domenico Brusasorci, la Fuga in Egitto di Felice Brusasorci, e significative testimonianze della cultura seicentesca lombarda come le due tele di Carlo Francesco Nuvolone.

Il secondo piano ospita il Museo dell’Ottocento, nato dalla donazione della raccolta di cimeli garibaldini di Giovanni Battista Zitti, in seguito arricchita da altre famiglie loveresi. La partecipazione locale alle vicende del Risorgimento italiano (tre dei Mille avevano origine loverese) e lo stretto rapporto tra vicende sociali e culturali rende le opere esposte un significativo documento per la storia del territorio. Di particolare importanza, oltre alla selezione dei ritratti ottocenteschi, le tre tele donate da Francesco Hayez ai nipoti Enrico e Carlotta Martinolli Banzolini, tra cui lo straordinario Ecce Homo, tra le ultime opere dell’artista.

Conclude il percorso una raccolta di arte moderna e contemporanea, che comprende una documentazione della cultura artistica italiana ed europea del secondo dopoguerra, fino ad anni recentissimi.

 

Marco Albertario

 

Per saperne di più:

Scalzi G. A., Guida alla Galleria Tadini, 2 volumi, Lovere 1992.

Albertario M., “Darò notizie della mia Galleria”. Le raccolte del conte Luigi Tadini, in Musei nell’Ottocento. Alle origini delle collezioni pubbliche lombarde, atti del convegno (Milano, 7-8 ottobre 2010), a cura di M. Fratelli, F. Valli, Torino 2012, pp. 34-45.

 

Credits immagine di copertina: G. Bonomelli

Il Castelliere

Oggetto di interesse e di studi da decenni, il Castelliere di Lovere è un sito archeologico alle pendici del monte Cala nella località recentemente denominata Ronchi, ma che in antico era detta Comarino, un toponimo che identifica aree caratterizzate dalla presenza di ghiaioni e frane. Le indagini archeologiche non hanno fornito alcuna conferma rispetto all’ipotesi che qui vi fosse un castelliere protostorico: fra gli scarsi materiali restituiti dagli scavi nulla è attribuibile all’età preistorica e sono emersi solo alcuni frammenti di ceramica rinascimentale. Le stesse strutture sembrano essere state realizzate sopra il selciato di una via di fattura, nella migliore delle ipotesi, medioevale. In ogni caso alcuni accorgimenti costruttivi utilizzati, la probabile presenza di un recinto che racchiudeva l’area e la posizione dominante su Lovere suggeriscono che le strutture erano presumibilmente state realizzate a fini militari. Scorrendo le fonti è stata quindi avanzata l’ipotesi che ci si trovi davanti a una delle strutture militari per l’assedio di Lovere condotto dall’esercito di Pandolfo Malatesta nel 1414: la vicenda si colloca nell’ambito della cosiddetta Guerra di Lovere e Valle Camonica, una delle campagne che Pandolfo fu obbligato a condurre per consolidare il suo dominio sui distretti bergamaschi e bresciani. In questo luogo sarebbe quindi stato posto il campo, o uno dei campi, utile per l’assedio a Lovere, in posizione favorevole e lungo la direttrice di accesso alla rocca di San Giovanni, che era uno dei cardini difesivi del territorio. Successivamente, quattro anni dopo la presa di Lovere, nell’imminenza del ritorno degli sforzeschi nel 1418, Pandolfo fece realizzare, imponendo una tassa, una bastia (piccola fortificazione) a Lovere. Essendo quelle del cosiddetto Castelliere le uniche strutture assimilabili a una bastia, è stato ipotizzato che questa sia stata edificata da Pandolfo per presidiare il sito da lui utilizzato per l’attacco a Lovere. Le vicende della guerra di Lovere e Valle Camonica sono ben note attraverso i registri del Malatesta. Il conflitto ebbe origine nel 1413: inizialmente le truppe malatestiane assalirono la Riviera d’Iseo, la Val Calepio, la Val Cavallina e, ponendo tra agosto e settembre l’assedio al castello dell’Aminella a Trescore, si aprirono la strada della Val Cavallina verso Lovere. Il castello di Terzo era già controllato dal Malatesta tra gennaio e maggio, quello di Sovere tra febbraio e ottobre mentre Solto, Riva e Pianico lo saranno tra gennaio e febbraio. Le prime notizie sull’assedio di Lovere risalgono forse ad aprile, certamente al luglio 1414, e ricordano l’invio di derrate alimentari per il Malatesta al campo di Lovere. Taglie per l’esercito contro Lovere e Val Camonica sono ricordate nel settembre, ottobre e dicembre 1414. Una base a supporto delle operazioni militari era mantenuta a Clusane: in particolare i documenti citano l’impiego di armi come le bombarde, che giungevano a Lovere dai porti meridionali del lago. Lovere, dopo mesi d’assedio, fu presa nel novembre del 1414, come ricorda il notaio Lorenzo Scano di Gandino: “sabato 3 novembre Matteo da Faenza, con gran comitiva, andò in Val Cavallina ed andarono a Lovere e quel giorno ebbero il castello, il paese ed il dosso di San Zenone [San Giovanni] e ci fu un gran saccheggio”. Sappiamo che il 4 novembre un messo fu pagato per avere portato a Bergamo la “buona notizia di Lovere”. Il 6 novembre furono presi la rocca di Castro e altri fortilizi in Val Camonica; fu occupata l’intera zona fino al fiume Dezzo e nel gennaio del 1415 si combatteva contro Gorzone. Vennero anche “truppati” (presidiati) i castelli di Sovere, di Solto e la torre di Riva di Solto. Pandolfo esiliò i loveresi più ostili e diede il controllo dell’abitato ai suoi fedeli di Castro e della Val Seriana, ponendo a presidio del castello di Volpino altri suoi fedeli della Valle Camonica. Le operazioni militari si spostarono quindi nella bassa bresciana. Gli esuli di Lovere poterono rientrare in paese e rioccupare le loro case solo dopo che Pandolfo fu sconfitto dai Visconti nel 1419.  

Francesco Macario

Oggetto di interesse e di studi da decenni, il Castelliere di Lovere è un sito archeologico alle pendici del monte Cala nella località recentemente denominata Ronchi, ma che in antico era detta Comarino, un toponimo che identifica aree caratterizzate dalla presenza di ghiaioni e frane. Le indagini archeologiche non hanno fornito alcuna conferma rispetto all’ipotesi che qui vi fosse un castelliere protostorico: fra gli scarsi materiali restituiti dagli scavi nulla è attribuibile all’età preistorica e sono emersi solo alcuni frammenti di ceramica rinascimentale. Le stesse strutture sembrano essere state realizzate sopra il selciato di una via di fattura, nella migliore delle ipotesi, medioevale.

In ogni caso alcuni accorgimenti costruttivi utilizzati, la probabile presenza di un recinto che racchiudeva l’area e la posizione dominante su Lovere suggeriscono che le strutture erano presumibilmente state realizzate a fini militari.

Scorrendo le fonti è stata quindi avanzata l’ipotesi che ci si trovi davanti a una delle strutture militari per l’assedio di Lovere condotto dall’esercito di Pandolfo Malatesta nel 1414: la vicenda si colloca nell’ambito della cosiddetta Guerra di Lovere e Valle Camonica, una delle campagne che Pandolfo fu obbligato a condurre per consolidare il suo dominio sui distretti bergamaschi e bresciani.

In questo luogo sarebbe quindi stato posto il campo, o uno dei campi, utile per l’assedio a Lovere, in posizione favorevole e lungo la direttrice di accesso alla rocca di San Giovanni, che era uno dei cardini difesivi del territorio. Successivamente, quattro anni dopo la presa di Lovere, nell’imminenza del ritorno degli sforzeschi nel 1418, Pandolfo fece realizzare, imponendo una tassa, una bastia (piccola fortificazione) a Lovere. Essendo quelle del cosiddetto Castelliere le uniche strutture assimilabili a una bastia, è stato ipotizzato che questa sia stata edificata da Pandolfo per presidiare il sito da lui utilizzato per l’attacco a Lovere.

Le vicende della guerra di Lovere e Valle Camonica sono ben note attraverso i registri del Malatesta. Il conflitto ebbe origine nel 1413: inizialmente le truppe malatestiane assalirono la Riviera d’Iseo, la Val Calepio, la Val Cavallina e, ponendo tra agosto e settembre l’assedio al castello dell’Aminella a Trescore, si aprirono la strada della Val Cavallina verso Lovere. Il castello di Terzo era già controllato dal Malatesta tra gennaio e maggio, quello di Sovere tra febbraio e ottobre mentre Solto, Riva e Pianico lo saranno tra gennaio e febbraio.

Le prime notizie sull’assedio di Lovere risalgono forse ad aprile, certamente al luglio 1414, e ricordano l’invio di derrate alimentari per il Malatesta al campo di Lovere. Taglie per l’esercito contro Lovere e Val Camonica sono ricordate nel settembre, ottobre e dicembre 1414. Una base a supporto delle operazioni militari era mantenuta a Clusane: in particolare i documenti citano l’impiego di armi come le bombarde, che giungevano a Lovere dai porti meridionali del lago.

Lovere, dopo mesi d’assedio, fu presa nel novembre del 1414, come ricorda il notaio Lorenzo Scano di Gandino: “sabato 3 novembre Matteo da Faenza, con gran comitiva, andò in Val Cavallina ed andarono a Lovere e quel giorno ebbero il castello, il paese ed il dosso di San Zenone [San Giovanni] e ci fu un gran saccheggio”. Sappiamo che il 4 novembre un messo fu pagato per avere portato a Bergamo la “buona notizia di Lovere”.

Il 6 novembre furono presi la rocca di Castro e altri fortilizi in Val Camonica; fu occupata l’intera zona fino al fiume Dezzo e nel gennaio del 1415 si combatteva contro Gorzone. Vennero anche “truppati” (presidiati) i castelli di Sovere, di Solto e la torre di Riva di Solto.

Pandolfo esiliò i loveresi più ostili e diede il controllo dell’abitato ai suoi fedeli di Castro e della Val Seriana, ponendo a presidio del castello di Volpino altri suoi fedeli della Valle Camonica. Le operazioni militari si spostarono quindi nella bassa bresciana. Gli esuli di Lovere poterono rientrare in paese e rioccupare le loro case solo dopo che Pandolfo fu sconfitto dai Visconti nel 1419.

 

Francesco Macario

Gradinata Ratto

Nel sistema delle connessioni interne al centro storico che collegano l’abitato a monte del medesimo e il lungolago, il percorso pedonale di Gradinata Ratto è una delle più significative, efficaci e attraenti, essendo costituito da una lunga scalinata che collega le vie Brighenti e Celeri e da una diramazione verso via Martinoli e l’Ospedale “SS. Capitanio e Gerosa”, che lambisce un piccolo giardino pubblico. La Gradinata del Ratto deve il suo nome al fatto di aver sostituito una via estremamente ripida che, a causa della sua forte pendenza, nel Rinascimento era detta popolarmente “il ratto” (ancora oggi in dialetto per indicare una strada ripida si dice “rata”). In origine era una via che, correndo lungo le mura orientali del borgo fortificato di Lovere, collegava velocemente il Castello di Lovere, che sorgeva in alto presso la Chiesa di S. Giorgio, con il Porto in basso presso la riva del lago. Questa via svolgeva anche la funzione di strada interna di ronda e corrispondeva allo spazio dedicato alle operazioni militari in caso di eventi bellici. Con il decadimento nel sec. XV delle funzioni difensive, fu poi adibita a rapido, anche se poco comodo, percorso d’accesso dal Porto e dal Borgo di Santa Maria alla Chiesa parrocchiale di S. Giorgio. Oggi rimane uno dei punti più caratteristici del centro storico di Lovere. Il primo tratto della gradinata è coperto da un involto che s’imposta direttamente sulla cinta muraria medievale, il cui accesso si trova in corrispondenza di una delle antiche porte del paese. Aspetto caratteristico di questo luogo è l’asse oggi evidenziato dalla gradinata, confinante con le antiche mura medievali del Borgo e ancora oggi spazio di cesura delle due epoche riconducibili alla matrice del tessuto storico: la Lovere medievale e la Lovere rinascimentale. La separazione è riconoscibile dalla lettura delle caratteristiche intrinseche dei due tessuti storici: edifici addossati ed affacciati fronte strada su tracciato irregolare per il tessuto medievale, edifici di dimensione maggiore su tracciato regolare ed evidenti spazi aperti di pertinenza per il tessuto rinascimentale. L’Amministrazione comunale ha operato un intervento di riqualificazione realizzato nel periodo novembre 2013-marzo 2014 articolato attraverso un prioritario intervento di recupero e conservazione della parte originaria coperta e meglio conservata, della sua pavimentazione e delle superfici interne del passaggio, con pareti intonacate a calce e soffitti prevalentemente in legno; successivamente si è provveduto al rifacimento dei materiali lapidei fortemente ammalorati della scalinata e/o sconnessi, o addirittura mancanti e la valorizzazione della sua lunga prospettiva tramite l’utilizzo di un’adeguata illuminazione. Durante i lavori è emersa l’antica indicazione toponomastica oltre ad ingressi ed affacci sulla scalinata di epoca precedente. A destra della scalinata del Ratto, dove si stacca il vicolo della Torre, si trova un palazzo signorile del XVIII secolo, proprietà della famiglia Bosio. Si tratta di un palazzo realizzato accorpando diversi edifici medioevali preesistenti. Il palazzo era abitato da un ramo dei Bosio, detti Banelli, attivo nei commerci. Nel 1796 in questa casa ebbe i natali don Angelo Bosio, quarto di sei figli di Giovanni Battista Bosio e di Lucia Banzolini. Fu ordinato sacerdote nel 1820, nominato coadiutore del Parroco di Lovere Don Rusticiano Barboglio, diventando Parroco di Lovere nel 1840. Fu il padre spirituale delle due Sante Loveresi Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa che sotto la sua guida fondarono a Lovere nel 1832 la Congregazione delle Suore di Carità dette di Maria Bambina. La Gradinata Ratto, per chi scende, ha diretta continuità con Vicolo Fossa, lo stretto e rettilineo percorso che occupa il sedime del fossato adiacente le antiche mura medievali che terminavano a lago. Nella sua parte bassa si apre il caratteristico Portichetto del Porto che attraverso un dedalo di stretti e pittoreschi percorsi medioevali si apre su Piazza Tredici Martiri.

Nel sistema delle connessioni interne al centro storico che collegano l’abitato a monte del medesimo e il lungolago, il percorso pedonale di Gradinata Ratto è una delle più significative, efficaci e attraenti, essendo costituito da una lunga scalinata che collega le vie Brighenti e Celeri e da una diramazione verso via Martinoli e l’Ospedale “SS. Capitanio e Gerosa”, che lambisce un piccolo giardino pubblico.

La Gradinata del Ratto deve il suo nome al fatto di aver sostituito una via estremamente ripida che, a causa della sua forte pendenza, nel Rinascimento era detta popolarmente “il ratto” (ancora oggi in dialetto per indicare una strada ripida si dice “rata”).

In origine era una via che, correndo lungo le mura orientali del borgo fortificato di Lovere, collegava velocemente il Castello di Lovere, che sorgeva in alto presso la Chiesa di S. Giorgio, con il Porto in basso presso la riva del lago.

Questa via svolgeva anche la funzione di strada interna di ronda e corrispondeva allo spazio dedicato alle operazioni militari in caso di eventi bellici. Con il decadimento nel sec. XV delle funzioni difensive, fu poi adibita a rapido, anche se poco comodo, percorso d’accesso dal Porto e dal Borgo di Santa Maria alla Chiesa parrocchiale di S. Giorgio.

Oggi rimane uno dei punti più caratteristici del centro storico di Lovere. Il primo tratto della gradinata è coperto da un involto che s’imposta direttamente sulla cinta muraria medievale, il cui accesso si trova in corrispondenza di una delle antiche porte del paese. Aspetto caratteristico di questo luogo è l’asse oggi evidenziato dalla gradinata, confinante con le antiche mura medievali del Borgo e ancora oggi spazio di cesura delle due epoche riconducibili alla matrice del tessuto storico: la Lovere medievale e la Lovere rinascimentale. La separazione è riconoscibile dalla lettura delle caratteristiche intrinseche dei due tessuti storici: edifici addossati ed affacciati fronte strada su tracciato irregolare per il tessuto medievale, edifici di dimensione maggiore su tracciato regolare ed evidenti spazi aperti di pertinenza per il tessuto rinascimentale. L’Amministrazione comunale ha operato un intervento di riqualificazione realizzato nel periodo novembre 2013-marzo 2014 articolato attraverso un prioritario intervento di recupero e conservazione della parte originaria coperta e meglio conservata, della sua pavimentazione e delle superfici interne del passaggio, con pareti intonacate a calce e soffitti prevalentemente in legno; successivamente si è provveduto al rifacimento dei materiali lapidei fortemente ammalorati della scalinata e/o sconnessi, o addirittura mancanti e la valorizzazione della sua lunga prospettiva tramite l’utilizzo di un’adeguata illuminazione. Durante i lavori è emersa l’antica indicazione toponomastica oltre ad ingressi ed affacci sulla scalinata di epoca precedente.

A destra della scalinata del Ratto, dove si stacca il vicolo della Torre, si trova un palazzo signorile del XVIII secolo, proprietà della famiglia Bosio. Si tratta di un palazzo realizzato accorpando diversi edifici medioevali preesistenti. Il palazzo era abitato da un ramo dei Bosio, detti Banelli, attivo nei commerci. Nel 1796 in questa casa ebbe i natali don Angelo Bosio, quarto di sei figli di Giovanni Battista Bosio e di Lucia Banzolini. Fu ordinato sacerdote nel 1820, nominato coadiutore del Parroco di Lovere Don Rusticiano Barboglio, diventando Parroco di Lovere nel 1840. Fu il padre spirituale delle due Sante Loveresi Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa che sotto la sua guida fondarono a Lovere nel 1832 la Congregazione delle Suore di Carità dette di Maria Bambina. La Gradinata Ratto, per chi scende, ha diretta continuità con Vicolo Fossa, lo stretto e rettilineo percorso che occupa il sedime del fossato adiacente le antiche mura medievali che terminavano a lago. Nella sua parte bassa si apre il caratteristico Portichetto del Porto che attraverso un dedalo di stretti e pittoreschi percorsi medioevali si apre su Piazza Tredici Martiri.

Cappella di San Pietro

Inserita in un contesto di grande interesse dal punto di vista paesaggistico, una sorta di balcone naturale che si affaccia a sud sul lago, la Cappella di San Pietro rappresenta la più significativa testimonianza della pittura del Quattrocento a Lovere e documenta i rapporti commerciali con i territori dell’Impero. Sul Colle di San Maurizio, attraverso il quale transitava l’antica strada di accesso a Lovere, sono state ritrovate testimonianze dell’esistenza di un luogo di culto di età preromana e romana dedicato a Minerva. Nel 1430 è documentata una chiesa, affidata al Terz’Ordine francescano; al custode, fra’ Giovanni Celeri, viene attribuita la decisione di chiamare i frati dell’Osservanza, il cui insediamento è documentato nel 1448. Ai Francescani si devono la costruzione del convento e della chiesa. Quest’ultima, probabilmente ampliata nell’ultimo quarto del Quattrocento, era una semplice aula con cappelle laterali, coperta da tetto in legno, divisa in due parti da una parete (tramezzo) affrescata con episodi della Passione. Del complesso, soppresso nel 1805, nulla rimane: l’attuale edificio è il risultato di una ricostruzione avviata nel 1877. La cappella di San Pietro, che sorge di fronte alla chiesa ottocentesca, è l’unica testimonianza dell’antico insediamento. Si tratta di un semplice edificio quadrato in muratura coperto da una volta a crociera e aperto da un arco per seguire le funzioni liturgiche. La cappella ha conservato la decorazione pittorica, datata 1493 o 1494 da riferire a un pittore altoatesino dell’ambito di Michael Pacher, identificabile con il Maestro di Rodengo/Rodeneck o con Simone da Tesido/Taisten. Sulla facciata è dipinto l’episodio delle Stigmate di san Francesco, cui assistono, a destra, alcuni devoti. L’affresco si impone soprattutto per la straordinaria visione del paesaggio lacustre. Ai lati, le immagini dei due santi guerrieri, a sinistra Maurizio, a destra Giorgio, patrono di Lovere. La parete di fondo del piccolo vano è inquadrata da due imponenti quinte architettoniche di gusto tardogotico con le immagini dei quattro Evangelisti in abiti quattrocenteschi. Al centro, su un monumentale trono siede la Madonna incoronata da due angeli che porge al Bambino una melagrana, simbolo di sapienza, affiancata (da sinistra) dai santi Pietro, Caterina d’Alessandria, Maria Maddalena, Paolo impegnati in un vivace dialogo fatto di sguardi e di gesti. In alto, l’Eterno Padre e la colomba dello Spirito Santo. Davanti all’affresco, in corrispondenza della mensa dell’altare, sono dipinti tre oggetti liturgici: un reliquiario, un ostensorio e un crocefisso. Il paliotto dell’altare è decorato con una drammatica Imago pietatis. La volta presenta al centro la Veronica, circondata dai santi Bernardino da Siena, Antonio di Padova, Bonaventura, Ludovico di Tolosa che si affacciano dai tondi, resi con un vivace piglio ritrattistico. È purtroppo scomparsa la decorazione delle pareti laterali, dipinte a monocromo in terra verde secondo un gusto di origine italiana: si scorge solo, sulla parete sinistra, ciò che resta di un’immagine di San Gerolamo con il leone. La complessa lettura iconografica dell’opera, che allude all’incarnazione del Figlio di Dio, alla sua Passione e alla sua reale presenza nell’Eucarestia, fa pensare alla consulenza di uno dei frati del vicino convento. L’intervento di un artista di ambito altoatesino non deve stupire a fronte dei contatti commerciali che i mercanti di panno loveresi intrattenevano con l’Impero, spingendosi fino ai mercati del Tirolo. Sono da considerare prodotti d’importazione anche la statua di San Sebastiano di Narciso da Bolzano, proveniente dalla chiesa di S. Giorgio, dove nel 1485 era fondata una cappella dedicata al santo, e il notevole Crocifisso a braccia mobili (ora entrambi in Santa Maria in Valvendra); e infine l’ostensorio donato dalla famiglia Gaioncelli alla parrocchiale, datato 1488, simile alle oreficerie riprodotte dal pittore sulla parete di fondo della cappella di San Pietro.

Marco Albertario

   
Per saperne di più: SCALZI G. A., La Cappella di S. Pietro sul Colle di S. Maurizio a Lovere, in I pittori Bergamaschi. Il Quattrocento, II, Bergamo 1994, pp. 434-541. SCALZI G. A., Lovere, Guida ai luoghi sacri, Lovere 2004, pp. 26-27 (con proposta di datazione al 1498) SPADA PINTARELLI S., Quattro e Cinquecento e la sfortuna di chiamarsi Pacher, in Domenicani a Bolzano, catalogo della mostra (Bolzano, Galleria Civica e Chiostro dei domenicani, 20 marzo-20 giugno 2010), a cura di S. Spada Pintarelli, H. Stampfer, Bolzano 2010, pp. 192-211 (in particolare, pp. 204-205).

Inserita in un contesto di grande interesse dal punto di vista paesaggistico, una sorta di balcone naturale che si affaccia a sud sul lago, la Cappella di San Pietro rappresenta la più significativa testimonianza della pittura del Quattrocento a Lovere e documenta i rapporti commerciali con i territori dell’Impero.

Sul Colle di San Maurizio, attraverso il quale transitava l’antica strada di accesso a Lovere, sono state ritrovate testimonianze dell’esistenza di un luogo di culto di età preromana e romana dedicato a Minerva. Nel 1430 è documentata una chiesa, affidata al Terz’Ordine francescano; al custode, fra’ Giovanni Celeri, viene attribuita la decisione di chiamare i frati dell’Osservanza, il cui insediamento è documentato nel 1448. Ai Francescani si devono la costruzione del convento e della chiesa. Quest’ultima, probabilmente ampliata nell’ultimo quarto del Quattrocento, era una semplice aula con cappelle laterali, coperta da tetto in legno, divisa in due parti da una parete (tramezzo) affrescata con episodi della Passione. Del complesso, soppresso nel 1805, nulla rimane: l’attuale edificio è il risultato di una ricostruzione avviata nel 1877.

La cappella di San Pietro, che sorge di fronte alla chiesa ottocentesca, è l’unica testimonianza dell’antico insediamento. Si tratta di un semplice edificio quadrato in muratura coperto da una volta a crociera e aperto da un arco per seguire le funzioni liturgiche.

La cappella ha conservato la decorazione pittorica, datata 1493 o 1494 da riferire a un pittore altoatesino dell’ambito di Michael Pacher, identificabile con il Maestro di Rodengo/Rodeneck o con Simone da Tesido/Taisten.

Sulla facciata è dipinto l’episodio delle Stigmate di san Francesco, cui assistono, a destra, alcuni devoti. L’affresco si impone soprattutto per la straordinaria visione del paesaggio lacustre. Ai lati, le immagini dei due santi guerrieri, a sinistra Maurizio, a destra Giorgio, patrono di Lovere.

La parete di fondo del piccolo vano è inquadrata da due imponenti quinte architettoniche di gusto tardogotico con le immagini dei quattro Evangelisti in abiti quattrocenteschi. Al centro, su un monumentale trono siede la Madonna incoronata da due angeli che porge al Bambino una melagrana, simbolo di sapienza, affiancata (da sinistra) dai santi Pietro, Caterina d’Alessandria, Maria Maddalena, Paolo impegnati in un vivace dialogo fatto di sguardi e di gesti. In alto, l’Eterno Padre e la colomba dello Spirito Santo.

Davanti all’affresco, in corrispondenza della mensa dell’altare, sono dipinti tre oggetti liturgici: un reliquiario, un ostensorio e un crocefisso. Il paliotto dell’altare è decorato con una drammatica Imago pietatis.

La volta presenta al centro la Veronica, circondata dai santi Bernardino da Siena, Antonio di Padova, Bonaventura, Ludovico di Tolosa che si affacciano dai tondi, resi con un vivace piglio ritrattistico. È purtroppo scomparsa la decorazione delle pareti laterali, dipinte a monocromo in terra verde secondo un gusto di origine italiana: si scorge solo, sulla parete sinistra, ciò che resta di un’immagine di San Gerolamo con il leone.

La complessa lettura iconografica dell’opera, che allude all’incarnazione del Figlio di Dio, alla sua Passione e alla sua reale presenza nell’Eucarestia, fa pensare alla consulenza di uno dei frati del vicino convento.

L’intervento di un artista di ambito altoatesino non deve stupire a fronte dei contatti commerciali che i mercanti di panno loveresi intrattenevano con l’Impero, spingendosi fino ai mercati del Tirolo. Sono da considerare prodotti d’importazione anche la statua di San Sebastiano di Narciso da Bolzano, proveniente dalla chiesa di S. Giorgio, dove nel 1485 era fondata una cappella dedicata al santo, e il notevole Crocifisso a braccia mobili (ora entrambi in Santa Maria in Valvendra); e infine l’ostensorio donato dalla famiglia Gaioncelli alla parrocchiale, datato 1488, simile alle oreficerie riprodotte dal pittore sulla parete di fondo della cappella di San Pietro.

Marco Albertario

 

 

Per saperne di più:

SCALZI G. A., La Cappella di S. Pietro sul Colle di S. Maurizio a Lovere, in I pittori Bergamaschi. Il Quattrocento, II, Bergamo 1994, pp. 434-541.

SCALZI G. A., Lovere, Guida ai luoghi sacri, Lovere 2004, pp. 26-27 (con proposta di datazione al 1498)

SPADA PINTARELLI S., Quattro e Cinquecento e la sfortuna di chiamarsi Pacher, in Domenicani a Bolzano, catalogo della mostra (Bolzano, Galleria Civica e Chiostro dei domenicani, 20 marzo-20 giugno 2010), a cura di S. Spada Pintarelli, H. Stampfer, Bolzano 2010, pp. 192-211 (in particolare, pp. 204-205).

Santuario di San Giovanni in monte Cala

Il colle di San Giovanni, detto anche Monte Cala, posto a crocevia tra la Val Cavallina, la Val Borlezza e la bassa Valle Camonica, sovrasta l’abitato di Lovere e domina il Sebino. Per la sua posizione strategica, venne scelto già in epoca antica come luogo di presidio. In età imprecisata fu edificato un fortilizio la cui prima attestazione documentaria si ha nella seconda metà del XIII secolo. Oggi poco si può cogliere dell’originale struttura: restano solo alcuni resti di muraglie perimetrali, a nord della chiesa e tracce di fondazioni intorno al piccolo promontorio. L’antica denominazione “rocha de sancto Iohanne challe” richiama la presenza di una cappella, anche se nelle fonti viene effettivamente segnalata solo a partire dagli anni Trenta del XIV secolo, con il titolo di San Zenone. La chiesa attuale venne edificata nel corso del XVII secolo, come ampliamento di quella più antica: una lapide esterna riporta la data del 1601; l’aspetto attuale della chiesa e degli edifici limitrofi è frutto del recupero operato dagli Alpini di Lovere tra il 1964 e 1967, dopo un periodo di abbandono, come ricorda un graffito nell’atrio. San Giovanni si presenta come una struttura dalle linee essenziali preceduta da un atrio quadrangolare. Un portale barocco in pietra di Sarnico fortemente rimaneggiato immette nello spazio sacro. L’interno è ad aula scandita da lesene con fregio e cornice e coperta da una volta a botte. Qui sono state collocate nel 2014 tre tele di Aurelio Bertoni, che celebrano le chiese loveresi e le sante Bartolomea e Vincenza. Sulla controfacciata si trovano invece due tele di Antonio Morone, raffiguranti l’Adorazione dei pastori e l’Adorazione dei magi, databili agli anni settanta del XVII secolo e una più tarda Morte di san Giuseppe, di un anonimo pittore bergamasco (XVIII secolo). Sul lato sinistro si apre la cappella di San Rocco, con cornice lignea a racemi e Angeli dei Fantoni di Rovetta, che accoglie la statua di San Rocco, tutti databili al XVIII secolo. Nella campata mediana la cappella di San Carlo, già dedicata alla Trinità, venne decorata con un altare marmoreo e un’ancona lignea, entro cui si trova una pala di ambito bresciano raffigurante San Carlo in preghiera datata 1614. Sulla parete si trova poi una tela attribuibile ad Antonio Cifrondi, raffigurante i Santi Carlo Borromeo e Fermo in gloria, databile alla prima metà del XVIII secolo, già nella cornice centrale della volta. Sull’arco del presbiterio è appeso un manoscritto in latino con la trascrizione ottocentesca della leggenda di Carlo Magno, insieme a una traduzione della stessa epoca: il monte Cala con la sua rocca viene infatti citato tra i luoghi toccati dalla presenza del re carolingio. Nel presbiterio il ricco altare in marmo nero con intarsi policromi e statue tra loro non omogenee, è opera di ambito locale databile al XVII secolo. La pala con I santi Giovanni Battista, Gottardo, Fermo e un altro santo racchiusa entro una cornice lignea potrebbe essere un’opera nell’ambito di Antonio Cifrondi. Sulla volta una decorazione ottocentesca, vicino ai modi di Salvatoni di Gandino, culmina nella Decollazione di san Giovanni Battista mentre nel catino absidale la data 1606 fa riferimento alla conclusione di una precedente campagna decorativa. Sull’arcone a destra del presbiterio si trova poi un armadio dipinto con la Decollazione di san Giovanni Battista, databile al XVIII secolo. A destra dell’organo, si apre la cappella di San Fermo: conserva un altare marmoreo (forse da riferire alla medesima bottega cui si deve l’altar maggiore); la pala, entro una cornice lignea raffigura San Fermo, è firmata dal pittore bresciano Antonio Gandino e datata 1614. Ai lati due tele del pittore loverese Antonio Morone, raffiguranti San Gottardo e Sant’Antonio di Padova con il Bambino, databili al 1687. La parete si chiude con l’altare ottocentesco del Rosario: la nicchia contenente la statua è circondata dagli affreschi del 1836 con le figure di San Domenico e Santa Caterina, dell’ambito dei Salvatoni di Gandino.  

Francesco Nezosi

   
Per saperne di più: SINA A., La parrocchia di Lovere. Note di storia con illustrazioni, Lovere 1926, pp. 46-50. FAPPANI A., Santuari nel bresciano, vol. 5, Brescia 1983, pp. 106-107. BIANCHI A., VANGELISTI R., Le tracce del racconto nella toponomastica storica di Valcamonica, in La leggenda di Carlo Magno nel cuore delle Alpi. Ricerca storica e turismo culturale, a cura di G. Azzoni, Cinisello Balsamo (Mi) 2012, pp. 255-258. MEDOLAGO G., Appunti sull’origine e la trasmissione del ciclo carolingio lombardo-trentino, in La leggenda di Carlo Magno nel cuore delle Alpi. Ricerca storica e turismo culturale, a cura di G. Azzoni, Cinisello Balsamo (Mi) 2012, pp. 61-99. MACARIO F., I luoghi e gli edifici in Valcamonica citati nella leggenda di Carlo Magno, in La leggenda di Carlo Magno nel cuore delle Alpi. Ricerca storica e turismo culturale, a cura di G. Azzoni, Cinisello Balsamo (Mi) 2012, pp. 273-278.
  Credits immagine di copertina: linoolmostudio.it

Il colle di San Giovanni, detto anche Monte Cala, posto a crocevia tra la Val Cavallina, la Val Borlezza e la bassa Valle Camonica, sovrasta l’abitato di Lovere e domina il Sebino. Per la sua posizione strategica, venne scelto già in epoca antica come luogo di presidio. In età imprecisata fu edificato un fortilizio la cui prima attestazione documentaria si ha nella seconda metà del XIII secolo. Oggi poco si può cogliere dell’originale struttura: restano solo alcuni resti di muraglie perimetrali, a nord della chiesa e tracce di fondazioni intorno al piccolo promontorio.

L’antica denominazione “rocha de sancto Iohanne challe” richiama la presenza di una cappella, anche se nelle fonti viene effettivamente segnalata solo a partire dagli anni Trenta del XIV secolo, con il titolo di San Zenone.

La chiesa attuale venne edificata nel corso del XVII secolo, come ampliamento di quella più antica: una lapide esterna riporta la data del 1601; l’aspetto attuale della chiesa e degli edifici limitrofi è frutto del recupero operato dagli Alpini di Lovere tra il 1964 e 1967, dopo un periodo di abbandono, come ricorda un graffito nell’atrio.

San Giovanni si presenta come una struttura dalle linee essenziali preceduta da un atrio quadrangolare. Un portale barocco in pietra di Sarnico fortemente rimaneggiato immette nello spazio sacro. L’interno è ad aula scandita da lesene con fregio e cornice e coperta da una volta a botte. Qui sono state collocate nel 2014 tre tele di Aurelio Bertoni, che celebrano le chiese loveresi e le sante Bartolomea e Vincenza. Sulla controfacciata si trovano invece due tele di Antonio Morone, raffiguranti l’Adorazione dei pastori e l’Adorazione dei magi, databili agli anni settanta del XVII secolo e una più tarda Morte di san Giuseppe, di un anonimo pittore bergamasco (XVIII secolo).

Sul lato sinistro si apre la cappella di San Rocco, con cornice lignea a racemi e Angeli dei Fantoni di Rovetta, che accoglie la statua di San Rocco, tutti databili al XVIII secolo. Nella campata mediana la cappella di San Carlo, già dedicata alla Trinità, venne decorata con un altare marmoreo e un’ancona lignea, entro cui si trova una pala di ambito bresciano raffigurante San Carlo in preghiera datata 1614. Sulla parete si trova poi una tela attribuibile ad Antonio Cifrondi, raffigurante i Santi Carlo Borromeo e Fermo in gloria, databile alla prima metà del XVIII secolo, già nella cornice centrale della volta. Sull’arco del presbiterio è appeso un manoscritto in latino con la trascrizione ottocentesca della leggenda di Carlo Magno, insieme a una traduzione della stessa epoca: il monte Cala con la sua rocca viene infatti citato tra i luoghi toccati dalla presenza del re carolingio.

Nel presbiterio il ricco altare in marmo nero con intarsi policromi e statue tra loro non omogenee, è opera di ambito locale databile al XVII secolo. La pala con I santi Giovanni Battista, Gottardo, Fermo e un altro santo racchiusa entro una cornice lignea potrebbe essere un’opera nell’ambito di Antonio Cifrondi. Sulla volta una decorazione ottocentesca, vicino ai modi di Salvatoni di Gandino, culmina nella Decollazione di san Giovanni Battista mentre nel catino absidale la data 1606 fa riferimento alla conclusione di una precedente campagna decorativa.

Sull’arcone a destra del presbiterio si trova poi un armadio dipinto con la Decollazione di san Giovanni Battista, databile al XVIII secolo. A destra dell’organo, si apre la cappella di San Fermo: conserva un altare marmoreo (forse da riferire alla medesima bottega cui si deve l’altar maggiore); la pala, entro una cornice lignea raffigura San Fermo, è firmata dal pittore bresciano Antonio Gandino e datata 1614. Ai lati due tele del pittore loverese Antonio Morone, raffiguranti San Gottardo e Sant’Antonio di Padova con il Bambino, databili al 1687. La parete si chiude con l’altare ottocentesco del Rosario: la nicchia contenente la statua è circondata dagli affreschi del 1836 con le figure di San Domenico e Santa Caterina, dell’ambito dei Salvatoni di Gandino.

 

Francesco Nezosi

 

 

Per saperne di più:

SINA A., La parrocchia di Lovere. Note di storia con illustrazioni, Lovere 1926, pp. 46-50.

FAPPANI A., Santuari nel bresciano, vol. 5, Brescia 1983, pp. 106-107.

BIANCHI A., VANGELISTI R., Le tracce del racconto nella toponomastica storica di Valcamonica, in La leggenda di Carlo Magno nel cuore delle Alpi. Ricerca storica e turismo culturale, a cura di G. Azzoni, Cinisello Balsamo (Mi) 2012, pp. 255-258.

MEDOLAGO G., Appunti sull’origine e la trasmissione del ciclo carolingio lombardo-trentino, in La leggenda di Carlo Magno nel cuore delle Alpi. Ricerca storica e turismo culturale, a cura di G. Azzoni, Cinisello Balsamo (Mi) 2012, pp. 61-99.

MACARIO F., I luoghi e gli edifici in Valcamonica citati nella leggenda di Carlo Magno, in La leggenda di Carlo Magno nel cuore delle Alpi. Ricerca storica e turismo culturale, a cura di G. Azzoni, Cinisello Balsamo (Mi) 2012, pp. 273-278.

 

Credits immagine di copertina: linoolmostudio.it

Santuario delle Sante loveresi

L’Istituto delle Suore di Carità venne fondato da Bartolomea Capitanio (1807-1833) e Vincenza (al secolo Caterina) Gerosa (1784-1847) nel 1832, canonizzate da papa Pio XII nel 1950: la loro opera caritatevole è ispirata a san Vincenzo de’ Paoli e si inserisce nel filone del cattolicesimo sociale lombardo del XIX secolo. Negli ambienti di casa Gaia, prima sede dell’Istituto, fu ricavata una cappella, inaugurata nel 1835. Detta anche “cappella delle origini” accolse nel 1843 le spoglie della Capitanio e nel 1858 quelle di Gerosa. Alla fine dell’800 fu decorata dal pittore Luigi Morgari (San Vincenzo de’ Paoli, Deposizioni di Cristo) e dallo stuccatore Luigi Sacchi. Nel 1926, in occasione della beatificazione della Capitanio, si iniziò a pensare a una nuova chiesa e fu deciso di edificarla a lato di casa Gaia. Il 1 luglio 1931 fu posta la prima pietra del nuovo edificio, progettato dall’architetto Spirito Maria Chiappetta, improntato a un gusto neo-medievale; la consacrazione avvenne il 1 ottobre 1938 con la dedicazione a Cristo re dei Vergini in onore delle fondatrici. La nuova struttura si innestò sul vecchio edificio dell’istituto e fu disposta in modo che la camera dove morì Bartolomea Capitanio si affacciasse all’interno del tempio e adattando la cappella preesistente come atrio per l’accesso dall’istituto. Rivestita di granito rosa, la struttura è dominata all’esterno da uno slanciato campanile. Le due scale porticate sono decorate da mosaici della Scuola Vaticana, su cartoni del pittore Pasquale Arzuffi, raffiguranti la Risurrezione del figlio della vedova di Naim e il Discorso della montagna mentre i parapetti in bronzo con i Simboli degli evangelisti sono della fonderia artistica M.A.F. di Milano su modelli dello scultore Giovanni Manzoni. L’interno presenta una pianta quadrata che racchiude una croce greca a tre navate, di cui una centrale più ampia, scandita da quattro grandi colonne, che sorreggono archi a sesto acuto con volte a crociera, decorate da mosaici con la raffigurazione delle Dieci vergini. La ricca decorazione pittorica e musiva, opera della scuola del pittore Fermo Taragni, è carica di riferimenti simbolici e di richiami alle sacre scritture; mentre la parte figurativa presenta lungo le pareti dell’aula il ciclo del Corteo di vergini e martiri, opera di Umberto Marigliani con la collaborazione di Giuseppe Grimani, che reinterpreta in chiave preraffaellita un tema dalle radici paleocristiane e si conclude nei grandi affreschi dell’abside, dominati al centro da Cristo Re dei vergini che incorona le Sante. Allo stesso Marigliani spettano anche le quattordici stazioni della Via Crucis. Di Pasquale Arzuffi sono invece i dipinti murali celebrativi delle due sante, negli archi sopra i matronei: sul fondo della navata centrale, Cristo sul trono della croce benedice le opere di carità ai bambini e agli ammalati; sopra l’ingresso nella navata di sinistra la Morte di santa Bartolomea e nell’arcata di fronte Santa Vincenza predice a una suora malata che morirà prima di lei. Le opere sono improntate a una spiritualità semplice e contenuta, in sintonia con il carisma delle due sante. L’ambulacro di fronte all’ingresso e gli altari sono illuminati da vetrate eseguite da Costantino Grondona mentre quelle dei matronei sono del pittore Cesare Giuliani: tutte raffigurano i Santi patroni delle province dove la Congregazione delle Suore di Carità è presente. Nelle absidi laterali sono venerate le reliquie delle sante, a sinistra Bartolomea e a destra Vincenza. Al centro l’altare maggiore accoglie nel paliotto un rilievo con la Deposizione di Cristo, eseguito su modello di Giovanni Manzoni come il Crocifisso e il fregio del dossale con una schiera di Angeli adoranti. Sulle pareti del presbiterio Umberto Marigliani dipinse a sinistra la Moltiplicazione dei pani e dei pesci, e a destra le Nozze di Cana.  

Francesco Nezosi

   
Per saperne di più: Il tempio di Lovere consacrato a Cristo Re dei vergini in onore delle Beate Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa, Venezia 1938. FAPPANI A., S. Giovanni Battista in Monte Cala, in A. FAPPANI, Santuari nel bresciano, vol. V, Brescia 1983, pp. 114-122.
  Credits immagine di copertina: G. Bonomelli  

L’Istituto delle Suore di Carità venne fondato da Bartolomea Capitanio (1807-1833) e Vincenza (al secolo Caterina) Gerosa (1784-1847) nel 1832, canonizzate da papa Pio XII nel 1950: la loro opera caritatevole è ispirata a san Vincenzo de’ Paoli e si inserisce nel filone del cattolicesimo sociale lombardo del XIX secolo.

Negli ambienti di casa Gaia, prima sede dell’Istituto, fu ricavata una cappella, inaugurata nel 1835. Detta anche “cappella delle origini” accolse nel 1843 le spoglie della Capitanio e nel 1858 quelle di Gerosa. Alla fine dell’800 fu decorata dal pittore Luigi Morgari (San Vincenzo de’ Paoli, Deposizioni di Cristo) e dallo stuccatore Luigi Sacchi.

Nel 1926, in occasione della beatificazione della Capitanio, si iniziò a pensare a una nuova chiesa e fu deciso di edificarla a lato di casa Gaia. Il 1 luglio 1931 fu posta la prima pietra del nuovo edificio, progettato dall’architetto Spirito Maria Chiappetta, improntato a un gusto neo-medievale; la consacrazione avvenne il 1 ottobre 1938 con la dedicazione a Cristo re dei Vergini in onore delle fondatrici. La nuova struttura si innestò sul vecchio edificio dell’istituto e fu disposta in modo che la camera dove morì Bartolomea Capitanio si affacciasse all’interno del tempio e adattando la cappella preesistente come atrio per l’accesso dall’istituto.

Rivestita di granito rosa, la struttura è dominata all’esterno da uno slanciato campanile. Le due scale porticate sono decorate da mosaici della Scuola Vaticana, su cartoni del pittore Pasquale Arzuffi, raffiguranti la Risurrezione del figlio della vedova di Naim e il Discorso della montagna mentre i parapetti in bronzo con i Simboli degli evangelisti sono della fonderia artistica M.A.F. di Milano su modelli dello scultore Giovanni Manzoni.

L’interno presenta una pianta quadrata che racchiude una croce greca a tre navate, di cui una centrale più ampia, scandita da quattro grandi colonne, che sorreggono archi a sesto acuto con volte a crociera, decorate da mosaici con la raffigurazione delle Dieci vergini.

La ricca decorazione pittorica e musiva, opera della scuola del pittore Fermo Taragni, è carica di riferimenti simbolici e di richiami alle sacre scritture; mentre la parte figurativa presenta lungo le pareti dell’aula il ciclo del Corteo di vergini e martiri, opera di Umberto Marigliani con la collaborazione di Giuseppe Grimani, che reinterpreta in chiave preraffaellita un tema dalle radici paleocristiane e si conclude nei grandi affreschi dell’abside, dominati al centro da Cristo Re dei vergini che incorona le Sante. Allo stesso Marigliani spettano anche le quattordici stazioni della Via Crucis. Di Pasquale Arzuffi sono invece i dipinti murali celebrativi delle due sante, negli archi sopra i matronei: sul fondo della navata centrale, Cristo sul trono della croce benedice le opere di carità ai bambini e agli ammalati; sopra l’ingresso nella navata di sinistra la Morte di santa Bartolomea e nell’arcata di fronte Santa Vincenza predice a una suora malata che morirà prima di lei. Le opere sono improntate a una spiritualità semplice e contenuta, in sintonia con il carisma delle due sante.

L’ambulacro di fronte all’ingresso e gli altari sono illuminati da vetrate eseguite da Costantino Grondona mentre quelle dei matronei sono del pittore Cesare Giuliani: tutte raffigurano i Santi patroni delle province dove la Congregazione delle Suore di Carità è presente.

Nelle absidi laterali sono venerate le reliquie delle sante, a sinistra Bartolomea e a destra Vincenza. Al centro l’altare maggiore accoglie nel paliotto un rilievo con la Deposizione di Cristo, eseguito su modello di Giovanni Manzoni come il Crocifisso e il fregio del dossale con una schiera di Angeli adoranti. Sulle pareti del presbiterio Umberto Marigliani dipinse a sinistra la Moltiplicazione dei pani e dei pesci, e a destra le Nozze di Cana.

 

Francesco Nezosi

 

 

Per saperne di più:

Il tempio di Lovere consacrato a Cristo Re dei vergini in onore delle Beate Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa, Venezia 1938.

FAPPANI A., S. Giovanni Battista in Monte Cala, in A. FAPPANI, Santuari nel bresciano, vol. V, Brescia 1983, pp. 114-122.

 

Credits immagine di copertina: G. Bonomelli

 

Convento dei Frati Cappuccini

Già nel XII secolo è presente sul colle di S. Maurizio una chiesa dedicata al santo. Il convento viene fondato nel 1447 in un momento in cui la religiosa Lovere si trasforma in una cittadina francescana: il passaggio di San Bernardino da Siena (1380-1444) suscita, infatti, grande interesse verso l’ideale evangelico così come viene vissuto da San Francesco. I Frati Osservanti dell’Ordine francescano vi rimangono fino al 1601, quando subentrano i Riformati, altro ramo dell’Ordine, che ampliano notevolmente l’edificio. Nel 1805, Napoleone ne ordina la soppressione che avviene nel 1810. L’edificio viene messo all’asta e la famiglia che ne viene in possesso fa demolire sia la chiesa che il convento. Si salvano dalla distruzione il muro di recinzione, un piccolo edificio interno e la Cappella di S. Pietro che racchiude un pregevole affresco del ‘400 raffigurante la Madonna in trono col Bambino. La cappella, costituita da un unico vano di forma rettangolare su pianta quadrata con volta a crociera ogivale, è coperta da tetto a due spioventi e ha un altare fisso per la celebrazione della messa. La volta è decorata con le figure di quattro santi francescani: Bernardino da Siena, Antonio da Padova, Bonaventura da Bagnoregio e Ludovico da Tolosa. Il Convento viene ricostruito a partire dal 1875 e la prima comunità di Francescani Cappuccini vi si stabilisce nel 1879. Oggi il Convento è sede del Noviziato dell’Ordine e rappresenta punto d’incontro spirituale di tutto il territorio. Grazie alla sua invidiabile posizione, vi si può godere di una vista estesa a tutto il Sebino.

Già nel XII secolo è presente sul colle di S. Maurizio una chiesa dedicata al santo. Il convento viene fondato nel 1447 in un momento in cui la religiosa Lovere si trasforma in una cittadina francescana: il passaggio di San Bernardino da Siena (1380-1444) suscita, infatti, grande interesse verso l’ideale evangelico così come viene vissuto da San Francesco. I Frati Osservanti dell’Ordine francescano vi rimangono fino al 1601, quando subentrano i Riformati, altro ramo dell’Ordine, che ampliano notevolmente l’edificio. Nel 1805, Napoleone ne ordina la soppressione che avviene nel 1810.

L’edificio viene messo all’asta e la famiglia che ne viene in possesso fa demolire sia la chiesa che il convento. Si salvano dalla distruzione il muro di recinzione, un piccolo edificio interno e la Cappella di S. Pietro che racchiude un pregevole affresco del ‘400 raffigurante la Madonna in trono col Bambino. La cappella, costituita da un unico vano di forma rettangolare su pianta quadrata con volta a crociera ogivale, è coperta da tetto a due spioventi e ha un altare fisso per la celebrazione della messa. La volta è decorata con le figure di quattro santi francescani: Bernardino da Siena, Antonio da Padova, Bonaventura da Bagnoregio e Ludovico da Tolosa. Il Convento viene ricostruito a partire dal 1875 e la prima comunità di Francescani Cappuccini vi si stabilisce nel 1879.

Oggi il Convento è sede del Noviziato dell’Ordine e rappresenta punto d’incontro spirituale di tutto il territorio. Grazie alla sua invidiabile posizione, vi si può godere di una vista estesa a tutto il Sebino.

Torre Civica

Piazza V. Emanuele II nel Medioevo era il luogo centrale dell’abitato di Lovere; in essa confluiscono tutte le vie piccole e strette del borgo medievale. Era caratterizzata dalla presenza del palazzo podestarile e dalla torre civica, edifici pubblici di origine medievale che per centinaia di anni hanno ospitato la sede comunale e le magistrature loveresi (tribunale e carceri). Nella piazza, centro di molte attività notarili, si trovava la gogna e venivano eseguite le sentenze, anche capitali. Era inoltre il centro in cui si svolgevano fiorenti commerci, in particolare di sostanze connesse con la produzione dei panni lana attività in cui Lovere nel Rinascimento eccelleva. Oggi sulla torre civica (alta circa 28 metri) si osservano alcuni affreschi richiamanti le diverse signorie che hanno dominato la cittadina, tra cui spicca un affresco con il leone, simbolo del dominio veneto, recante la data 1442. Nel percorso di risalita verso l’alto, non solo nello spazio, ma anche nel tempo, il visitatore può trovare e conoscere le 12 Ore/Ere di Lovere, le Ore che hanno contraddistinto la storia della cittadina, ed alla sommità, finalmente, scoprire la Lovere contemporanea.   Credits immagine di copertina: Laura Taccolini

Piazza V. Emanuele II nel Medioevo era il luogo centrale dell’abitato di Lovere; in essa confluiscono tutte le vie piccole e strette del borgo medievale. Era caratterizzata dalla presenza del palazzo podestarile e dalla torre civica, edifici pubblici di origine medievale che per centinaia di anni hanno ospitato la sede comunale e le magistrature loveresi (tribunale e carceri). Nella piazza, centro di molte attività notarili, si trovava la gogna e venivano eseguite le sentenze, anche capitali. Era inoltre il centro in cui si svolgevano fiorenti commerci, in particolare di sostanze connesse con la produzione dei panni lana attività in cui Lovere nel Rinascimento eccelleva.

Oggi sulla torre civica (alta circa 28 metri) si osservano alcuni affreschi richiamanti le diverse signorie che hanno dominato la cittadina, tra cui spicca un affresco con il leone, simbolo del dominio veneto, recante la data 1442. Nel percorso di risalita verso l’alto, non solo nello spazio, ma anche nel tempo, il visitatore può trovare e conoscere le 12 Ore/Ere di Lovere, le Ore che hanno contraddistinto la storia della cittadina, ed alla sommità, finalmente, scoprire la Lovere contemporanea.

 

Credits immagine di copertina: Laura Taccolini